Stavolta fa ancora più male perché stavolta è toccato a Beatrice, alla sua famiglia e agli amici di Senigallia. Beatrice ha l’argento vivo addosso e si saprà presto riprendere. Noi le siamo vicini, per quanto può servire.
Purtroppo non è la prima volta e non sarà l’ultima in un paese fragile per come il nostro. Può succedere ovunque perché sono migliaia i comuni in dissesto idrogeologico. Può succedere in qualsiasi momento perché il cambiamento climatico significa anche che gli eventi estremi saranno più frequenti.
Da Genova a Messina, da Vicenza a Modena, dalle cinque terre alla maremma, da Olbia a Senigallia abbiamo capito le conseguenze di politiche di svendita del suolo: i costi li paga sempre qualcun altro.
Nessuno più nega ormai la necessità di intervenire. Anche il nostro governo sì è impegnato a spendere per la salvaguardia del territorio. Ma lo dobbiamo fare con attenzione e cura. In tutti questi anni sono già stati realizzati innumerevoli interventi. Ma anche qui troppo spesso ha vinto la cultura del cemento. Cementificare un alveo, renderlo più scorrevole, può risolvere qualche problema locale e ridurre i costi di manutenzione nell’immediato, scaricando le conseguenze più a valle.
Ma dobbiamo cambiare approccio, come da troppo tempo chiede il CIRF, Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale.
Ne abbiamo parlato nel 2012 ad Albinea e lo abbiamo scritto nel documento congressuale. Dobbiamo fare un passo indietro e lasciare ai fiumi lo spazio che compete loro.
I fiumi devono poter uscire dai propri alvei quando è necessario. Devono poterlo fare dove fanno poco danno. Devono rallentare la velocità e ridurre la forza dell’onda di piena. Dobbiamo avere terreni in grado di assorbire più acqua e pendii più stabili.
Dobbiamo tornare a pensare alle conseguenze delle nostre azioni e delle nostre inazioni.
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